Alberico Di Cecco: «Non sono un dopato. I sacrifici di una vita parlano per me»
20 anni di sacrifici che rischiano di andare a
monte, insieme ad un possibile danno d’mmagine
cui sta cercando di porre rimedio rispondendo di
continuo alle domande dei giornalisti, con lo
scopo di fugare ogni dubbio, ormai da giorni.
Sono ormai due giorni che Alberico Di Cecco è su
tutti i giornali del mondo per questa indagine
che è al momento tutta ancora da chiarire e
soltanto alle sue fasi iniziali.
E, infatti, è molto difficile parlare con lui al
telefono, perché il suo numero è costantemente
occupato. Alla fine, Alberico Di Cecco
preferisce non rilasciare dichiarazioni a
Primadanoi.it, affermando che ciò che aveva da
dire lo ha già affidato ad un comunicato stampa.
La posizione del maratoneta abruzzese è chiara.
Non ci sta a passare per “il dopato”, lui che si
è sempre tenuto lontano da certi giri, che ha
raggiunto ciò che ha in modo onesto e scevro di
imbrogli.
Di Cecco nega in maniera decisa di aver assunto
medicinali proibiti, e allora è facile che - a
giudicare dalle sue parole - possa farsi strada
in qualcuno anche il sospetto che ci si trovi di
fronte ad un complotto o magari un errore.
Chissà.
Spetterà alla Procura di Torre Annunziata il
compito di procedere e verificare tutto.
Alberico Di Cecco è tranquillo, sostiene di
avere la coscienza a posto, e si trincera dietro
ad un no comment quando gli viene chiesto della
perquisizione subita nella sua casa di Civitella
Messer Raimondo.
La famigerata telefonata intercettata è relativa
ad un colloquio con uno degli investigati:
dunque, quella su Di Cecco sarebbe un’indagine
di riflesso.
Più volte la stampa è stata in grado di creare
fenomeni abnormi, con una voglia di cronaca ai
limiti della morbosità, e molto spesso anche
oltre i limiti.
Marco Pantani è la rappresentazione estrema di
questo fatto e delle conseguenze che esso può
avere.
Psicologia a parte, l’auspicio è che non ci si
accanisca senza elementi chiari ed inconfutabili
cercando di sbattere a tutti i costi il mostro
in prima pagina, sia che risulti innocente sia
che risulti colpevole, ma si vada avanti in
maniera corretta e responsabile, basandosi su
elementi concreti.
Lo impone la deontologia giornalistica, ma anche
il rispetto della persona. Di qualunque persona.
Massimo Giuliano 22/04/2006 8.24


